Il disprezzo

Regia di Jean-Luc Godard
Genere Drammatico, Sentimentale  |  Anno 1963  |  Durata 105 min.

ADATTO A
Superiori
TEMATICA
Amore, Arte
Scheda riflessioni
Disponibili nell'area riservata a seguito conferma della proiezione richiesta.
Distributore
Cineteca di Bologna

RISORSE

Pressbook

Sinossi

Il romanzo di Moravia diviene il pretesto per uno dei film più lineari e narrativi di Godard, dove il paesaggio mediterraneo e marino offre un sontuoso contrasto alla volgarità del milieu cinematografico e all'amarezza della fine di una coppia.

Per la prima volta in sala, Il disprezzo in edizione director’s cut. Ovvero, tutt’altro film rispetto alla famigerata versione italiana o ‘versione Ponti’, scivolata senza scrupoli dagli schermi anni Sessanta ai successivi passaggi televisivi. Storia paradossale, quella del Disprezzo, dove il presunto conflitto tra arte e industria varca le soglie del ridicolo. All’inizio c’è il produttore Carlo Ponti che tenta il colpo grosso, mettere insieme la ragazza più hot del momento, Brigitte Bardot, e il genio scontroso della nouvelle vague, Jean-Luc Godard, sullo sfondo abbagliante e ultraglamour di Capri.

Godard prende le distanze: “Il romanzo di Moravia è un grazioso e volgare romanzo da leggersi in treno”, ma sa in che direzione vuole andare: “Il soggetto sono persone che si guardano e si giudicano, per essere a loro volta guardate e giudicate dal cinema, rappresentato da Fritz Lang”. Crisi d’una coppia (un regista e sua moglie) che si dissolve tra baci, schiaffi, ipocrisie e rancori, e insieme storia d’un film da farsi (un adattamento dell’Odissea) che naviga a vista tra purezza dell’intenzione artistica e ciniche ragioni del mercato. Quell’Odissea alla fine si farà, mentre l’odissea del Disprezzo è appena cominciata. Pur davanti a uno dei film più lisci e narrativi della nouvelle vague, il produttore s’inquieta, rimonta, taglia venti minuti, appiattisce sull’italiano la babele dei dialoghi (nell’originale ciascuno parla la sua lingua), sostituisce la musica per archi di Georges Delerue con il jazz di Piero Piccioni, elimina di netto il finale e fa cadere sul pavimento della sala di montaggio il nudo della Bardot che lui stesso aveva richiesto. Naturalmente Godard disconobbe quel film. Questo film, invece, è una riflessione sul cinema e sull’amore asprigna e ironica, illuminata e luminosa, e “tutta incentrata sul rapporto classicità-modernità” (Alberto Farassino).

"Un film che non assomiglia a nessun altro di questo periodo del suo cinema, il suo film più rotondo, più oggettuale, quello che più assomiglia ad una maestosa scultura colorata che si sosterrebbe tutta sola nell’aria, in perfetto equilibrio nella pura luce mediterranea."

Alain Bergala, critico cinematografico

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